Video still da la carta ricorda di Valentina Vetturi
Valentina Vetturi: la carta ricorda
4 dicembre 2020 – 5 dicembre 2020

Sabato 5 dicembre 2020, in occasione della XVI Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI, l’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, il MACTE aderisce all’iniziativa rendendo disponibile sul proprio sito l’opera la carta ricorda di Valentina Vetturi per 24 ore.

Il video distilla una riflessione sul valore materico e simbolico della carta, scaturita dalla frequentazione con i Maestri Cartapestai di Putignano (BA) mentre lavorano alla creazione dei carri del famoso carnevale pugliese.

Il video è prodotto dalla Regione Puglia – Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio nell’ambito del Progetto di Cooperazione Territoriale Europea SPARC, finanziato dal Programma Interreg V-A Grecia-Italia 2014/2020.

Valentina Vetturi è un’artista che lavora con la performance, il suono e il testo. All’origine delle sue opere ci sono processi di ricerca estesi in mondi specifici come quelli della cultura hacker, del diritto e della musica. Tra i suoi lavori più recenti: Orchestra. Studio #3 (Bologna, 2020), Alzeimer Cafè Umeå (Umeå, Svezia, 2018), I Never Think of the Future. It Comes Soon Comes Soon Enough (Illuminate Festival, Zug, 2018), A Better Chance to Gain Enough Entropy (Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2016).

Intervista a Valentina Vetturi (VV) di Caterina Riva (CR) 1 dicembre 2020

CR Ciao Valentina, la carta ricorda è un lavoro particolare nella tua pratica artistica,
ti va di raccontarci un po’ delle tue riflessioni sulla memoria, facendoci degli esempi di altri lavori che hai realizzato negli ultimi anni?

VV
Ciao Caterina, in effetti il tema della memoria attraversa tutta la mia ricerca, o quasi. Ricordare e dimenticare sono due azioni che definiscono la nostra identità individuale e collettiva e per questo mi interessano.

Alcuni anni fa, era il 2012, mi sono chiesta: cosa resta di noi quando non siamo
più in grado di ricordare neanche il nostro nome? La risposta che ho trovato, ha dato origine ad un ciclo di opere dal titolo Alzheimer Cafè (2014–). Una serie di performance, ambienti sonori, interventi pubblici dedicati a “memorie musicali”. Gli ultimi ricordi che resistono anche quando i normali meccanismi della memoria degenerano sono quelli musicali, è un dato scientifico. Tutti i lavori della serie Alzheimer Cafè, pur non essendo documentari, includono voci di persone affette da morbo di Alzheimer che cantano, mormorano frammenti di canzoni, nenie. L’ultima tappa è stata presentata a Umeå in Svezia nel 2018, nella piazza semicircolare su cui si affaccia il Teatro dell’Opera della città su invito di Valentina Sansone e Helena Wikstrom (Bildmuseet, Norrlandsoperan).

Un’installazione sonora in otto canali che dialoga con lo spazio pubblico e trasforma le otto panchine della piazza in diffusori di questi ricordi musicali, di queste voci che cantano per non dimenticare.

CR
Una delle metodologie interessanti che applichi è un approccio collaborativo rispetto alle persone che coinvolgi nei tuoi lavori, ci vuoi introdurre meglio questo tuo approccio?

VV
Credo nell’intelligenza diffusa, e cerco di tradurre questa convinzione in prassi nel processo attraverso cui si generano le mie opere. Pratico una regia il più possibile orizzontale, che si basa sull’ascolto delle opinioni di tutte le persone che sono coinvolte nel farsi dell’opera e della valorizzazione delle loro competenze e personalità.

Con ognuno condivido metodo e contenuti del lavoro. Nel caso de la carta ricorda per esempio, ho lavorato con Roberto Matarrese, che storicamente collabora con me sul suono, e con Enzo Piglionica e il suo collaboratore Giuseppe De Chirico, che hanno seguito le riprese. Il montaggio lo abbiamo costruito in sincronia, confrontandoci su ogni scelta e creando così un dialogo stretto tra immagini, suono e testo. Mi interessano pratiche decentralizzate, allo stesso tempo mi piace che ogni scelta, sia estetica che di contenuto, sia curata e consapevole. Nel processo de la carta ricorda anche la frequentazione dei Maestri Cartapestai e la loro disponibilità a condividere la vita e il lavoro delle botteghe, sono state importanti, e anche con loro ho condiviso il farsi del lavoro. Pur rimanendo straniera al contesto, nella mia pratica è essenziale un momento di complicità con le persone che quel contesto abitano e creano. La distanza permette una lettura lucida dell’esperienza, la vicinanza invece consente di scoprire quei dettagli che altrimenti non sarebbero accessibili. Anche il dialogo con la committenza è parte integrante dell’“improvvisazione guidata” che genera l’opera; per la carta ricorda è stato l’organizzatore Roberto Ricco a seguire le diverse fasi della produzione. Sto ragionando su come il discorso dell’open source, quindi della condivisione del codice sorgente di un software (come nel caso di Linux) o di contenuti editoriali (come nel caso di Wikipedia) possa tradursi e conciliarsi
con la pratica e l’autorialità artistica. Cosa può voler dire condividere il codice sorgente di un’opera? Forse rendere accessibili i principi, i contenuti, il metodo che da origine al lavoro. Sono consapevole anche delle contraddizioni insite in questo approccio.

CR
Puoi raccontarci più in dettaglio del processo e della lavorazione del video che hai realizzato quest’estate a Putignano?

VV
Ho messo piede nelle botteghe del Carnevale di Putignano per la prima volta a dicembre 2019. Era una giornata freddissima, e negli hangar non c’è riscaldamento..., ho conosciuto la Fondazione del Carnevale di Putignano e tre Maestri Cartapestai: Deni Bianco,Vito Mastrangelo e Domenico Galluzzi. Entrare nelle botteghe durante la lavorazione che precede il carnevale è piuttosto sorprendente: si scopre la varietà e complessità del lavoro che c’è dietro un carro, un mondo coloratissimo fatto di pazienza e maestria. A febbraio 2020 poi, ho seguito le sfilate di questo carnevale che esiste da cent’anni, il montaggio dei carri all’alba e mi sono unita ai festeggiamenti la sera.
Le botteghe del carnevale e le sfilate sono state raccontate molte volte attraverso video e fotografie, mi sono chiesta come trovare uno sguardo fresco su questo mondo.
E così è nata l’idea di avvicinarsi alla carta, la protagonista assoluta di queste botteghe, e di raccontarne viscere, segreti e voce. Un’altra scelta essenziale è stata quella di narrare le botteghe come se fossero una. Non si vedono i carri e non si vedono i volti, si ribalta così la logica del carnevale che in realtà è una competizione molto sentita. Una fase di ripresa audio e video rilevante è poi avvenuta tra luglio e agosto del 2020. Il lockdown ha creato una pausa nella produzione del lavoro, un tempo di riflessione che ci ha dato la possibilità di frequentare i capannoni e i loro abitanti in un momento meno concitato rispetto a quello del carnevale, e quindi più favorevole al dialogo e alla collaborazione. Ed è così che ho scoperto che la carta di giornale, se lavorata con una colla di acqua e farina si trasforma in cartapesta; e ha memoria del calco in cui si asciuga, e può anche perdere questa memoria.

CR
Questa Giornata del Contemporaneo si svolgerà soprattutto in digitale, so che stai lavorando molto sulla fruizione di contenuti online, ti va di anticiparci qualcosa e magari raccontarci anche delle tue ricerche nel mondo degli hacker...?

VV
Nel 2014 a Bruxelles ho messo per la prima volta piede in un hacker space e da lì è cominciata una discesa nelle profondità del web in compagnia di coloro che lo stanno disegnando. Gli hacker infatti, contrariamente all’immagine mainstream, sono persone, programmatori che scrivono sistemi che poi disegnano le nostre vite: da internet, alle criptovalute, alla blockchain, alle future infrastrutture per le nostre identità digitali. Questa ricerca e queste frequentazioni mi hanno permesso di guardare allo spazio del web in modo più consapevole e mi hanno ispirato ad ottenere anche un Master of Science in Digital Currency. In questi giorni sto ultimando un video, l’ultimo di una trilogia, TAILS, nata durante il lockdown, che parla di internet e vorrei circolasse online. Si tratta di brevi videoanimazioni che guardano alla poesia visiva e la contaminano con l’estetica del web per riflettere su due verbi: ricordare e dimenticare.